Ingresso dell'impianto Chemtura di Pedrengo

È in corso il “conclave” finale tra RSU e direzione aziendale. Dalle notizie trapelate, sembra che l’accordo sia vicino, mancano solo alcuni dettagli.

A partire dal primo ottobre una prima corposa tranche di dipendenti verrà posta in cassa integrazione per dodici mesi; l’importo verrà erogato in anticipo dall’azienda, che lo tratterrà successivamente quando il ministero trasferirà il denaro (questo per evitare di dover dipendere dai tempi attuativi del ministero, che immaginiamo non rapidi). L’anticipo verrà inoltre integrato da un “bonus” versato dall’azienda che verrà spalmato sulle varie mensilità, in maniera da portare l’assegno di cassa integrazione ad un livello accettabile.
L’entità di questo “bonus” è ancora oggetto di trattativa, insieme alle decisioni inerenti il TFR e i versamenti ai fondi pensione contrattuali dovuti per legge. Allo scadere della cassa integrazione i dipendenti verranno licenziati; percepiranno il TFR maturato non versato ai fondi pensione di categoria e accederanno alle liste di mobilità.
Una seconda tranche di dipendenti farà questa trafila a partire dal gennaio 2008. Nei tre mesi autunnali sarà impiegata per bonificare gli impianti e avviarne lo smantellamento, che verrà completato successivamente da una ditta esterna specializzata (in gergo, gli “avvoltoi”).

Sarà che perdo di obiettività dato che mi vedo coinvolto personalmente, ma non posso non pensare allo spreco colossale che sottende questa operazione. A maggior ragione facendo un calcolo di quanto questa chiusura sta costando a Chemtura.
Oltre all’ovvio spreco di risorse umane - immaginate l’esperienza di persone che qui hanno lavorato e vissuto per decenni - c’è uno spreco di attrezzature e di spazi. Questo era uno dei pochi impianti ad avere tutte le carte in regola per manipolare sostanze pericolose: è possibile che a nessun’altra azienda possa interessare? Capisco che per i comuni vicini sia un sollievo, ma sono quasi sicuro che Chemtura non abbia nemmeno provato a cercare un acquirente interessato agli impianti.
Lo spazio sembra essere l’unica cosa rimasta appetibile di questo dinosauro. Ripulito e bonificato, il suolo ha raccolto l’interesse dell’impianto vicino, che medita di espandersi. Ma per rifarsi delle spese, è un terreno che andrebbe venduto a peso d’oro.
Rifarsi delle spese sembra non essere un obiettivo dell’azienda: la parte dell’impianto fratello di Ravenna che non è stata fermata è stata venduta ad un’altra società. E pur di venderla in fretta è stata svenduta ad un prezzo che è circa un quinto del suo valore stimato “a freddo”; prima che tutto questo bailamme avesse inizio.

Traggo consolazione da una cosa: posso tranquillamente (anzi no, con ostentata soddisfazione) ignorare le e-mail di sollecito a completare i corsi di training on-line, i soliti frullati di ipocrita statunitense ovvietà che l’azienda ci costringeva trimestralmente ad ingoiare.